Codardi

Una pagina di diario macchiata e scritta in un corsivo tremolante

Pagina
#6
Parte del capitolo:
Lore book icon Relitto
Relitto
#1

Eravamo certi di due cose: primo, che viaggiavamo nella direzione indicata dall'osservatore incappucciato, e secondo, che eravamo diretti verso il campanile che suonava fedelmente ogni sera. Ma ci rendemmo conto che entrambe queste convinzioni erano ...

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Codardi Pagina Una pagina di diario macchiata e scritta in un corsivo tremolante - nel database delle lore della Guida del New World

Eravamo certi di due cose: primo, che viaggiavamo nella direzione indicata dall'osservatore incappucciato, e secondo, che eravamo diretti verso il campanile che suonava fedelmente ogni sera. Ma ci rendemmo conto che entrambe queste convinzioni erano errate.

Scoprimmo che il campanile era un avvertimento, un allarme, e ringraziai interiormente le anime coraggiose che avevano approntato una difesa contro i pericoli della notte. Su quest'isola, quella campana d'allarme è fondamentale per la sopravvivenza. Imparammo ad ascoltare il suo lugubre richiamo, a nasconderci come meglio potevamo fino al sorgere della nuova alba. Ogni notte sopravvivevamo a stento a mostruosità che sembravano nate da un'immaginazione sfrenata. A volte pensavo che stessimo vivendo un sogno collettivo, dal quale temevo non ci saremmo più risvegliati. Una notte, rannicchiati sotto rami di pino tagliati con la lancia di Marten, vedemmo una donna con mezza testa levitare sopra il nostro fragile riparo. Mentre si avvicinava fluttuando si levò un potente fetore, simile a quello di una tomba molto antica. Talbot guaì così forte che pensai di spezzargli il collo per salvarci. Ma dopo aver indugiato un momento, lo spirito finalmente passò oltre. Un'altra notte ci arrampicammo sugli alberi, ritardati dall'insistenza di Edward nel voler portare anche Talbot, giusto in tempo per evitare forme bestiali, striscianti tra i tronchi rossastri, che allungavano verso il cielo mani contorte e piene di vesciche. Con il cuore di Talbot che batteva selvaggiamente contro l'incavo del mio braccio, osservammo le bestie ringhiare dopo aver messo all'angolo una preda che non riuscimmo a vedere. Emisero un curioso suono cantilenante e vi si avventarono nell'oscurità. Si udì il grido pietoso di una voce inconfondibilmente umana. Poi le urla frammentate si affievolirono e si confusero, in terribile armonia con il suono dello strappo che squarciò il ventre della preda. Nessuno di noi parlò più di questo evento. La cosa peggiore fu che, anziché sentirci colpevoli per non essere intervenuti, provavamo sollievo per non averlo fatto, perché avremmo rischiato di fare la stessa fine di quella preda.

Eravamo codardi, resi tali dal senso pratico. Avevamo a disposizione solo armi improvvisate. Usando il coltello di Marten, Satyre aveva affilato un bastone per trasformarlo in una rudimentale lancia. Poi Marten aveva legato il suo coltello con delle liane all'estremità di un altro bastone, per creare una versione più robusta di quella stessa arma. Avevamo anche la mia pistola, sebbene la sua polvere si fosse persa nelle stesse acque che avevano distrutto al tempo stesso sia la nostra nave, sia i nostri destini. Tenevo l'elsa ben in vista alla cintura fingendo che l'arma fosse ancora funzionante perché eravamo ormai al sesto giorno senza cibo e Marten e Satyre avevano iniziato a discutere apertamente di mangiare il segugio di Edward, Talbot.

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